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sabato, 01 ottobre 2005

Worldcon speciale doppio numero: It’s all about the cats... and sex! (at last!)

(English version)

(Puntate precedenti:

- It’s all about the cats: Worldcon I parte

- It’s all about... the towels? – Worldcon II parte

- It's all about the panels and towels - Worldcon parte III)

Slash - The journal of fandom pervertsSlash - The journal of fandom pervertsCome potete vedere dalla doppia copertina, gentilmente concessa da Anna che l’ha realizzata, questo numero delle mie avventure alla Worldcon è non solo speciale, ma addirittura doppio.

 

 

 

 

Veniamo dunque a dove ci eravamo fermati la scorsa puntata.

 

 

 

 

Una volta ripresami dallo shock per l’inopinata apparizione dell’asciugamano “Don’t Panic”, vengo sollecitata nuovamente da un esausto e affamato Ian Watson sostanzialmente a darmi una mossa, e così ci dirigiamo verso la sede della SFWA (e non chiedetemi di spiegare cos’è, trovate tutto nel link), dove Ian ci lascia per raggiunWSFAgere la sua camera, mentre noi ci rimpinziamo di simpatiche torte e altri manicaretti. Qualcuno intanto fa a maglia mentre alla BBC scorre la notizia della morte improvvisa di Robin Cook, che Roberto Quaglia associa a quella di Wim Duisenberg e agli attentati di Londra, stordendomi con le sue teorie pseudocospirazioniste. Meno male che oltre alla torta alle carote c’è anche qualcosa di salato, del formaggio se non ricordo male, forse dello squallidissimo cheddar, ma in quel momento va benissimo.

 

 

Finita la nostra dose di Camilla gigante, ci allontaniamo, e sull’ascensore che prendiamo per dirigerci verso la prossima missione di scrocco, per poco non pesto un piede a Greg Bear (di cui, ovviamente, non ho foto). Cose che succedono solo alla Worldcon.

 

 

La prossima missione di scrocco viene effettuata nella camera dell’ ASFA  (come sopra), dove veniamo accolti da un’esuberante asiaticoamericana che vuole sapere tutto di me e ci mostra il libro dei capolavori premiati con l’Hugo (e forse anche altri premi, non ricordo) di artisti del fantastico.

 

 

Finalmente, vedo che si avvicina l’orario del mio appuntamento con la Cadigan. Dribblo Quaglia, mi disimpegno sulla destra e mi rendo conto tutto d’un tratto:

 

 

 

 

a) che non ho un libro della Cadigan da farle autografare, il che mi sembra quanto meno vergognoso, essendomi qualificata come “fan in incognito”. Non posso fare la figura della giornalista seria.

 

 

b) che rischio al contrario di far la figura della sfigata totale perché mi si sono scaricate contemporaneamente le batterie del registratore digitale e quella della videocamera, con la quale conto di fotografarla.

 

 

 

 

Ho un attacco di panico, cerco una presa per ricaricare la videocamera, ma mi accorgo di essermi dimenticata che le prese britanniche non sono come quelle italiane, e nemmeno come quelle francesi. Maledetta Europa delle differenze! Scatta il piano B: accendo il computer portatile, naturalmente anche lui mezzo agonizzante non essendo possibile ricaricare nemmeno la sua, di batteria, e collego la videocamera quel tanto che basta per non restare completamente a secco dopo l’intervista. Quanto al registratore, almeno su quello son stata lungimirante, e ho portato un paio di batterie nuove, che mi premuro di sostituire alle vecchie.

 

 

 

 

Subito dopo, parto all’attacco nella Dealers’ Room per trovare un libro della Pat, che, possibilmente, non sia Mindplayers, dal momento che, sepolto da qualche pSynnersarte fra i libri della tesi, dovrei già averlo a casa dei miei. Naturalmente tutti i banchetti ne avevano. Prima che passassi io. Venduti tutti.

Finalmente, proprio nel banchetto di fronte a dove si sta tenendo la sessione di autografi, riesco a reperire un Synners, ovviamente usato, alla modica cifra di 3 sterline. Ottimo affare, signor commerciante.

 

 

 

 

Synners dedicaLei è gentilissima, mi fa sedere accanto a sé al di là del banchetto, risponde alle domande idiote che le pongo con registratore tremante, e alla fine si lascia anche scattare una foto . Ora è pure tra i miei contatti su Flickr, e io faccio parte dei suoi, di contatti.

Pat Cadigan

 

 Alain Le Bussy

 

Fin qui, che c’entra il sesso, e soprattutto i gatti? Calma, calma, se no la suspense dove la mettiamo? Per ora arriviamo all’Hugo, saltando un po’ di dettagli inutili. Anzi, no, scusate, c’è un dettaglio “inutile” che non posso saltare: in tutto questo, nel frattempo ho conosciuto anche Alain Le Bussy e incontrato un po’ di gente del gruppo francofono.

 

 

All’Armadillo ci arrivo con Silvio, Elisabetta e altri tre italiani che non conoscevo prima. All’ingresso mi fanno mettere lo zaino in guardaroba, ma posso conservare il portatile. Meno male, perché ne avevo bisogno per continuare a ricaricare la batteria della videocamera.

 

 

 

 

Il discorso introduttivo è tenuto da Kim Newman e Paul McAuley, grazie ai quali comprendiamo di trovarci in una dimensione parallela, dove il premio Hugo porta questo nome in onore di Victor Hugo e l’unica superpotenza mondiale esistente è la Francia. Val la pena leggersi tutto il testo.

 

 

E, già che ci siete, se non li conoscete già, leggetevi anche la lista dei premiati.

 

 

Mi sembra di essere agli Oscar, una cerimonia così l’ho vista solo in televisione, altro che Premio Italia! 

George R.R. Martin David Pringle

 

 

 Foto di gruppo vincitori Hugo

 

Segue foto di gruppo (le mie sono venute entrambe da schifo, quindi ne metto qui solo una) e ritorno in albergo (in ostello, nel mio caso) per prepararsi alla serata di festeggiamenti.

 

 

 

 

E qui viene il bello. Anzi, i belli.

 

 

 

 

***

 

 

Arrivo all’Hilton affamata. Giro un po’ di party in cerca di cibo, rimanendo in parte delusa: sì, qualche tartina, un po’ di formaggio, lo trovo, ma non certo cene luculliane. Mi consolo iniziando da subito a colmare il vuoto affettivo del mio stomaco a suon di vodka. Per questa ragione, potrei garantire che qualsiasi riferimento a persone o fatti realmente esistiti nella parte di resoconto che segue sia del tutto casuale.

 

 

 

 

Come un’allucinazione, mi appare di fronte Roberto Quaglia. Il quale sta intrattenendo amichevolmente altre allucinazioni di origine teutonica, che si premKlaus sosia di Chandlerura di presentarmi. Fra queste, l’editore tedesco di Perry Rhodan, Klaus N. Frick, che mi ricorda qualcuno di familiare . Mi ci vorrà almeno un’oretta, qualche bicchiere di vodka e forse anche qualche birra (non ricordo esattamente se la birra sia venuta prima o dopo la rivelazione,  ma anche qualunque riferimento a tempi realmente esistiti, in questo resoconto, è del tutto casuale), per capire che la somiglianza non ha niente a che fare con la fantascienza – non in senso stretto, quantomeno, anche se noi sappiamo che in fondo tutto è fantascienza. Il riferimento è Chandler della serie Friends. Stordita dall’alcol, mi aspetto di vedere sbucare Monica da un momento all’altro. Lui confessa di non aver mai visto Friends. Forse perché ci vive dentro, a giudicare dalle gag a cui assisto.

 

 

 

 

Mentre Robert Silverberg appare e scompare e China Miéville si aggira tra i fan sorreggendo una stangona che sembra abbia avvicinato per sbaglio mentre lei era coperta di Bostik, e che scopro essere la sua compagna – e di cui non renderemo pubblici in questa sede i pettegolezzi appresi nell’occasione (ma forse anche quelli erano del tutto casuali) – mi scopro improvvisamente contesa da due baldi giovani, di cui non farò i nomi per evitare spiacevoli conseguenze. Sappiate comunque che qualsiasi riferimento a questi baldi giovani è puramente casuale.

 

 

 

 

Uno è un amico di Klaus, un altro tedesco, alto, moro, capelli alle spalle, occhi azzurri. L’altro un turco-canadese che mi ha presentato Roberto in un pericolosissimo momento di lucidità in cui si è ricordato della mia passione per la Turchia. Entrambi graziosi, entrambi troppo giovani e apparentemente troppo gracili per i miei gusti. Ma non mi sembra il caso di sottilizzare. Sono maschi, carini e sessualmente attivi. Che posso volere di più dalla vita?

 

 

Il turco mi marca stretta, il tedesco per un po’ fa l’indifferente broccolando altrove. Finché il turco non si allontana un attimo e il tedesco mi trascina a una delle feste, chiedendomi poi: “Ma quello è il tuo ragazzo italiano?” Ragazzo? ITALIANO? Bof. Rispondo che non è né l’una né l’altra cosa, e che l’ho conosciuto come lui poco prima. È visibilmente infastidito, e scatta una gara senza esclusione di colpi, di cui mi perdo una parte del divertimento perché mi allontano per un attimo a farmi due risate sulla situazione con Anna. Quando torno, ritrovo una situazione surreale: il tedesco che parla turco, e il turco che in inglese ribatte divertito: “Il tuo turco è peggio del mio tedesco”. Sarà la vodka, sarà la birra, sarà che comincia a farsi tardi, mi sento un po’ confusa.

 

 

 

 

Peccato non vadano d’accordo, li accontenterei volentieri tutti e due, ho sempre sognato di fare il sandwich umano. Per evitare incidenti diplomatici turco-germano-canadesi, capisco che devo decidermi a scegliere. La decisione è presa in base a un bieco calcolo matematico: il tedesco parte all’alba, il turco rimane anche la sera successiva. Se mi va bene, prendo due piccioni con una... vabbè, lasciam perdere.

 

 

 

 

Non solo, ma il turco fa l’errore di allontanarsi un’altra volta. Vescica debole, ‘sti turchi. Il tedesco ne approfitta: “Che ne dici di cercare un pub?” Invitiamo anche Chand... ehm, volevo dire Klaus, con noi. E qui devo dire una cosa: fra tutti, è lui quello di cui apprezzo di più la compagnia, anche se non dimostra nessun interesse nei miei confronti e io non ne ho nei suoi. Chissà, forse proprio per questo motivo. Klaus, comunque, declina con gran classe. Si è già divertito abbastanza a vedere i due galletti beccarsi per la gallinella (coccodè), è ora di andare a nanna.

 

 

 

 

Sfuggo quindi con il tedesco alle grinfie del turco. Non ho però tenuto conto della mia, di vescica, e così tutto il romanticismo della serata si riduce a una caccia al primo locale aperto con un cesso utilizzabile. Troppo tardi: a quanto pare, alle 2 di notte a Glasgow, tutti a nanna la domenica sera. Peggio che Lione.

 

 

 

 

Il ragazzo, che non mi ha ancora toccata neanche con un fiore, e che sembra frustrato dal non riuscire a portarmi in un localino adeguato alla situazione, si decide alla fine a invitarmi a bere un tè al suo albergo. Accetto con entusiasmo, soprattutto per la prospettiva di potermi finalmente svuotare.

 

 

 

 

Il tè, effettivamente, me lo prepara. Ma resta quasi tutto lì.

 

 

***

 

 

 

 

Mi è sembrato giusto tagliare perché so che la parte che vi interessa realmente è quella sui gatti, e quindi non vorrei lasciarvi sulle spine troppo a lungo. E poi, senza foto non è la stessa cosa.

 

 

Torno in ostello non so più se alle 6 o alle 7, comunque è già giorno. Alle 8 sono in piedi, ansiosa di usare il mio nuovo asciugamano.

 

 

All’Exhibition Centre faccio colazione con Watson e un ungherese che era con noi anche il giorno prima e di cui non ci provo nemmeno a ricordare il nome.

 

 

Poi, ricomincia il mio tour dei panel.

 

 

Anna al pc... oups, volevo dire MacE qui la memoria non mi aiuta: so che a un certo punto incontro Anna, ma non ricordo se già al panel sulla politica o prima. Credo già prima, probabilmente alla Fan Lounge, dove a un certo momento della mattinata la scopro intenta a postare su Live Journal : ebbene sì, l’unico giorno in cui non mi sono portata dietro il pc perché ormai la batteria era stata completamente risucchiata dalla videocamera, questa mi scopre che la Fan Lounge è l’unico posto in tutto l’Exhibition Centre dotato di wi-fi GRATUITO. La odierò tutta la viPanel sulla politicata.

 

 

Ma dicevo del panel sulla politica. So solo che mi sembra di trovarmi in un sogno, quelli parlano e io non capisco un’emerita pippa. Finché Anna non dà voce a quel che ho pensato anch’io per tutto il tempo: “Devo andare a dormire”. E parte, coraggiosamente. Io, vittima del mio orgoglio, resto ancora un po’. Finché la ragione non ha il sopravvento: inutile, non riesco a seguire nulla del filo del discorso. Me ne vado anch’io. Ecco lo stato in cui, in un momento o nell’altro della giornata, vengo immortalata dalla solita Anna.

femme fatale... un po' stanca

 

 

 

E finalmente veniamo ai gatti. A mezzogiorno il programma prevede, fra l’altro:

 

 

 

 

-         Easy Japanese for Fans: What’s the Japanese Phrase for “Could you sign my Hugo?” or “Where’s the nearest public toilet?” or “My Hovercraft is Full of Eels”. Tutte cose che possono tornare effettivamente utili a Nippon 2007.

 

 

-         Crafting Sex Scenes: There’s the long silken hair, the heaving chests, the upright member: how do you write a believable sex scene? What about when the sex isn’t consensual? There’s a fine line between prurience and realism. Uhm. Già avuta la mia dose di sesso, vediamo se c’è altro.

 

 

-         The Strugatsky Brothers & Their Role in SF. Questo sembra interessante, ma...

 

 

-         Non può reggere il confronto con: What the F*** is it About Cats? We all know about the weird connection between SF writers and cats. Why? And what are the best and worst examples?

 

 

 

 

Intendiamoci: non che mi freghi un granché dei gatti in sé, ma visto che è stato il grande leitmotiv di questa convention, non posso perdermi l’occasione.

 

 

Be’, o tutti hanno ragionato come me, oppure è proprio vero che gli appassionati di letteratura fantastica sono dei gran gattofili: l’aula dove si tiene l’incontro è sicuramente piccola, ma non per questo impressiona di meno il fatto che sia stracolma al punto che mi vedo costretta, come altri , a sedermi per terra. Come fa anche Anna che, guarda caso, senza che ci fossimo minimamente messe d’accordo, arriva poco dopo.

 

 

Il panel, che vede la presenza di Alma Alexander, John Meaney e Irene Radford, parla dunque di gatti, come si diceva.

gattinogattoneAlma Alexander

Ciascuno racconta le prodezze del proprio felino, ma alla fine di tutto questo non ho ben capito che c’entra la fantascienza. Se non ricordo male, qualcuno azzarda un parallelo tra l’indipendenza dell’animale e il carattere tipico dello scrittore, ma la questione non mi sembra sia stata analizzata a fondo. In compenso, abbiam visto delle gran belle foto.

 

 

 

 

A dieci minuti dalla fine, a me e Anna sorge un interrogativo: il panel sul sesso sarà altrettanto affollato quanto quello dei gatti? Ci precipitiamo al piano inferiore e diamo un’occhiata all’aula. Uhm... effettivamente è molto più grande, ma piena solo a metà. Indicativamente, sembra che gli amanti del sesso siano la stessa percentuale degli amanti dei gatti. Il che fa riflettere. Ci viene spontaneo chiederci a quel punto se gli amanti del sesso sarebbero stati disposti ad accoccolarsi per terra come han fatto gli amanti dei gatti.

 

 

 

 

Dead Dog PartyLa convention vera e propria, per me, si chiude più o meno qui: ancora un pranzo scozzese con Anna e una delle sue tante amiche americane al ristorante dell’Exhibition Centre, e poi torno in ostello a recuperare un po’ di sonno. E a prepararmi per l’ultima serata, il Dead Dog Party, che ha lo scopo di terminare tutta la Real Ale rimasta invenduta. È qui che incontriamo Terry Pratchett, con cui Anna e altri si fermano a chiacchierare, ed è qui che ritrovo il turco. Il quale, con sorrisino sbilenco, mi chiede se la sera prima abbiamTerry Pratchetto trovato un pub. Me la cavo con un “Non ricordo nulla, ero troppo ubriaca”. Non penso ci abbia creduto, ma almeno ha mangiato la foglia: inutile chiedere altro.

 

 

È molto meno appiccicoso della sera precedente, ma resta comunque cordiale, non sembra particolarmente risentito per l’evento. Per un po’ mi illudo di riuscire a fare il bis. Ma non c’è storia, anche perché siamo troppo stanche e decidiamo di partire presto. Un bacio sulla guancia e arrivederci... alla prossima Worldcon?

 

 

 

 

Dimenticavo: il tedesco non era affatto gracile.

postato da: falena71 alle ore 10:50 | link | commenti (5)
categorie: fantascienza, interaction, worldcon

Commenti
#1   01 Ottobre 2005 - 11:37
 
Faccio sommesssamente presente che China greppa per il suo nome... e non c'e' modo che non capisca che i pettegolezzi su Jesse non vengano da me... pieta' pieta'...

AFDD
utente anonimo

#2   01 Ottobre 2005 - 12:33
 
ROTFL
ok, eviterò il riferimento nella versione inglese ;-)
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#3   07 Ottobre 2005 - 08:16
 
tedesqui siempre pallen. but eu aprendidu ethimologia de CRUCCO.
tu know it?
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#4   07 Ottobre 2005 - 10:24
 
Ecco, mi ero perso l'ultima riga!
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#5   07 Ottobre 2005 - 16:36
 
@ lornapap: no, non conosco, spiega.

@ yanez500: tu ti sei perso e basta!
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